| Nell’ultimo periodo più volte si è parlato di uno fra i più suggestivi titoli del novecento musicale, il “Król Roger” (Re Ruggero) composto nel 1926 dal polacco Karol Szymanowski, insolito tentativo di attualizzazione di un mito classica – quello delle “Baccanti” euripidee – alla luce della sensibilità primo novecentesca e della riscoperta del paganesimo che si conduceva in quegli anni. In attesa della trasmissione dell’opera su Arte – dove si prevede una regia decisamente sui generis – può essere utile spendere qualche parola al riguardo.
La vicenda si svolge nella Sicilia medioevale al tempo di Ruggero II d’Altavilla – che nell’opera svolge le funzioni di Penteo nella tragedia euripidea. Il primo atto si rappresenta nella cattedrale di Palermo durante una messa; subito compare la complessità della Sicilia normanna con l’integrazione di greci e latino, di rito cattolico e mosaici bizantini. L’arcivescovo e una diaconessa si rivolgono al Re chiedendo la morte di un pastore che si aggira fra le montagne intorno a Palermo predicando il ritorno al paganesimo. Il consigliere del re, il mussulmano Edrisi invoca clemenza e tolleranza ma il furore del popolo cresce. In chiesa compare lo stesso pastore – bello come l’amore – che con calma assoluta parla di amore e felicità fra le grida della folla, solo la regina Roxane intercede a suo favore mentre il popolo chiede con sempre maggior forza la vita del blasfemo. Il Re convinto dalla moglie riesce a placare il popolo e condanna il pastore all’esilio imponendogli prima di comparire al suo cospetto la stessa sera.
Il secondo atto ci porta in un palazzo reale a Palermo, per il clima privato e disteso possiamo pensare ad una delle regge di delizia costruite intorno alla città dagli emiri mussulmani e fatte propri dai re normanni. Il libretto descrive la regge in forme prettamente orientali, fusione di lussi arabi e bizantini. E’ notte, il re, vestito sontuosamente come un basileus orientale, attende l’arrivo del pastore; non è sereno, è rimasto sconvolto dall’ascendente che il giovane ha mostrato sulla regina, Edrisi cerca di calmarlo.
A quel punto il pastore entra seguito dai suoi accoliti che suonano strumenti antichi ed orientali, egli dichiara di venire dal un lontano mezzogiorno e che le radici nel suo potere sono negli alberi e nei fiori, definendosi come un Dio della natura. Il re minaccia il giovinetto, accusandolo di essere un falso profeta ma in quel momento si leva nell’aria il canto estasiato di Roxane mentre i cortigiani irrompono nella sala, sedotti dal fanciullo che parla d’amore, in uno scatenarsi di estasi collettiva che il re non riesce a placare; i soldati afferrano il pastore che sfugge miracolosamente dalle loro mani, a quel punto l’intera corta si allontana festeggiando dal palazzo lasciando nel più incredulo stupore il re, cui resta solo la compagnia del fido Edrisi.
Il terzo atto ci trasporta in una chiara notte estiva, fra le rovine di un teatro greco – possiamo pensare Segesta per la vicinanza con Palermo. Ruggero ed Edrisi, vestiti da pastori, si avvicinano alle rovine dove si sta celebrando un baccanale, si odono le voci del pastore e di Roxane. La regina si fa incontro allo sposo, colma di gioia, e lo trascina al centro della festa dove il pastore scopre la sua vera identità, altri non è che lo stesso Dioniso; la scena è riempita dalla luce che irradia dal corpo del Dio che progressivamente scompare. Roxane gettato il mantella si getta nel tyasos sempre più sfrenato mentre nella sua mano compare un tirso con avvolta l’edera del Dio. All’alba il sole nascente pone fine alla feste, tutto sembra scomparire, il Re sale sul punto più alto del teatro ed irrompe in un commosso inno al sole cui offre la sua fede per aver disperso l’incubo.
La vicenda presenti numerosi punti di interesse. Szymanowski aveva viaggiato a lungo nei paesi del Mediterraneo ed era affascinato dalle culture antiche. La scelta della Sicilia medioevale non è in tal senso casuale, coacervo inestricabile di culture e tradizione apparentemente contrastanti ma capaci di convivere fianco a fianco le une con le altre; in questo senso la Sicilia di Szymanowski è già quell’Oriente non solamente sognato ma effettivamente vissuto che così bene è stato descritto da Georges Duby in cui l’esperienza sincretistica siciliana è opposta all’incapacità di autentica fusione fra i due mondi dell’Outrermer crociato.
In questo mondo dibattuto fra Oriente e Occidente, fra religioni e culture diverse e contrastanti appariva possibile immaginare quella rinascita del paganesimo che tanto affascinava molti intellettuali del tempo (Micinski, “Bazylissa Teofanu”; Merezhkovskji, “Cristo e Anticristo”; Pater, “Apollo in Picardy”) e che affascinavano lo stesso Szymanowski che aveva già affrontato il tema nella cantata “Demetra”ispirata dalla lettura del saggio di W. Pater, “The Myth of Demeter and Persefhone”.
La tematica religiosa nell’opera è centrale e sostanzialmente irrisolta. Le indicazioni sceniche sono molto precise ed in tal senso è esemplare la situazione del primo atto dove si immagina una contrapposizione anche visiva fra l’immagine del pastore e il mosaico con il Pantocrator che incombe su tutti. L’impossibilità di una soluzione è evidenziata nel finale; il sole sperde l’apparizione dionisiaca ma nessuno dei presenti potrà più essere lo stesso dopo quella notte, il re scioglie un inno al Sole apportatore di luce. Una composizione solo apparente in quanto non solo l’inno è di natura sostanzialmente pagana – con un rovesciamento circolare del canone che apre il primo atto – ma rimanda ad una dimensione apollinea che del dionisismo è faccia speculare e necessaria.
Il finale dell’opera attira immediatamente l’attenzione anche per un altro aspetto, l’assenza dello sparagmos e la sostanziale composizione – seppur problematica – della vicenda, senza l’esplosione finale. Questa è stata spiegata con l’interesse di Szymanowski per il platonismo (Reig Calpe) conosciuto attraverso gli studi di Pater. Da questa formazione platonica deriva con verosimiglianza l’idea di una ricomposizione del dramma attraverso la capacità filosofica di comprendere il tutto e della valenza filosofica attribuita alla musica capaci di rendere evitabile la catastrofe finale. Sempre a questa vocazione platonica sembra ricondursi l’eliminazione di tutte le componenti di natura grottesca affidate nel dramma alle figure di Cadmo e Tiresia e la loro sostituzione con l’austero filosofo arabo Edrisi.
|