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Qualche considerazione su "Krol Roger" di Szymanoeski (in attesa della trasmissione su Art
view post Posted on 2/10/2009, 13:50Quote
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Nell’ultimo periodo più volte si è parlato di uno fra i più suggestivi titoli del novecento musicale, il “Król Roger” (Re Ruggero) composto nel 1926 dal polacco Karol Szymanowski, insolito tentativo di attualizzazione di un mito classica – quello delle “Baccanti” euripidee – alla luce della sensibilità primo novecentesca e della riscoperta del paganesimo che si conduceva in quegli anni. In attesa della trasmissione dell’opera su Arte – dove si prevede una regia decisamente sui generis – può essere utile spendere qualche parola al riguardo.

La vicenda si svolge nella Sicilia medioevale al tempo di Ruggero II d’Altavilla – che nell’opera svolge le funzioni di Penteo nella tragedia euripidea. Il primo atto si rappresenta nella cattedrale di Palermo durante una messa; subito compare la complessità della Sicilia normanna con l’integrazione di greci e latino, di rito cattolico e mosaici bizantini. L’arcivescovo e una diaconessa si rivolgono al Re chiedendo la morte di un pastore che si aggira fra le montagne intorno a Palermo predicando il ritorno al paganesimo. Il consigliere del re, il mussulmano Edrisi invoca clemenza e tolleranza ma il furore del popolo cresce. In chiesa compare lo stesso pastore – bello come l’amore – che con calma assoluta parla di amore e felicità fra le grida della folla, solo la regina Roxane intercede a suo favore mentre il popolo chiede con sempre maggior forza la vita del blasfemo. Il Re convinto dalla moglie riesce a placare il popolo e condanna il pastore all’esilio imponendogli prima di comparire al suo cospetto la stessa sera.

Il secondo atto ci porta in un palazzo reale a Palermo, per il clima privato e disteso possiamo pensare ad una delle regge di delizia costruite intorno alla città dagli emiri mussulmani e fatte propri dai re normanni. Il libretto descrive la regge in forme prettamente orientali, fusione di lussi arabi e bizantini. E’ notte, il re, vestito sontuosamente come un basileus orientale, attende l’arrivo del pastore; non è sereno, è rimasto sconvolto dall’ascendente che il giovane ha mostrato sulla regina, Edrisi cerca di calmarlo.

A quel punto il pastore entra seguito dai suoi accoliti che suonano strumenti antichi ed orientali, egli dichiara di venire dal un lontano mezzogiorno e che le radici nel suo potere sono negli alberi e nei fiori, definendosi come un Dio della natura. Il re minaccia il giovinetto, accusandolo di essere un falso profeta ma in quel momento si leva nell’aria il canto estasiato di Roxane mentre i cortigiani irrompono nella sala, sedotti dal fanciullo che parla d’amore, in uno scatenarsi di estasi collettiva che il re non riesce a placare; i soldati afferrano il pastore che sfugge miracolosamente dalle loro mani, a quel punto l’intera corta si allontana festeggiando dal palazzo lasciando nel più incredulo stupore il re, cui resta solo la compagnia del fido Edrisi.

Il terzo atto ci trasporta in una chiara notte estiva, fra le rovine di un teatro greco – possiamo pensare Segesta per la vicinanza con Palermo. Ruggero ed Edrisi, vestiti da pastori, si avvicinano alle rovine dove si sta celebrando un baccanale, si odono le voci del pastore e di Roxane. La regina si fa incontro allo sposo, colma di gioia, e lo trascina al centro della festa dove il pastore scopre la sua vera identità, altri non è che lo stesso Dioniso; la scena è riempita dalla luce che irradia dal corpo del Dio che progressivamente scompare. Roxane gettato il mantella si getta nel tyasos sempre più sfrenato mentre nella sua mano compare un tirso con avvolta l’edera del Dio. All’alba il sole nascente pone fine alla feste, tutto sembra scomparire, il Re sale sul punto più alto del teatro ed irrompe in un commosso inno al sole cui offre la sua fede per aver disperso l’incubo.

La vicenda presenti numerosi punti di interesse. Szymanowski aveva viaggiato a lungo nei paesi del Mediterraneo ed era affascinato dalle culture antiche. La scelta della Sicilia medioevale non è in tal senso casuale, coacervo inestricabile di culture e tradizione apparentemente contrastanti ma capaci di convivere fianco a fianco le une con le altre; in questo senso la Sicilia di Szymanowski è già quell’Oriente non solamente sognato ma effettivamente vissuto che così bene è stato descritto da Georges Duby in cui l’esperienza sincretistica siciliana è opposta all’incapacità di autentica fusione fra i due mondi dell’Outrermer crociato.

In questo mondo dibattuto fra Oriente e Occidente, fra religioni e culture diverse e contrastanti appariva possibile immaginare quella rinascita del paganesimo che tanto affascinava molti intellettuali del tempo (Micinski, “Bazylissa Teofanu”; Merezhkovskji, “Cristo e Anticristo”; Pater, “Apollo in Picardy”) e che affascinavano lo stesso Szymanowski che aveva già affrontato il tema nella cantata “Demetra”ispirata dalla lettura del saggio di W. Pater, “The Myth of Demeter and Persefhone”.

La tematica religiosa nell’opera è centrale e sostanzialmente irrisolta. Le indicazioni sceniche sono molto precise ed in tal senso è esemplare la situazione del primo atto dove si immagina una contrapposizione anche visiva fra l’immagine del pastore e il mosaico con il Pantocrator che incombe su tutti. L’impossibilità di una soluzione è evidenziata nel finale; il sole sperde l’apparizione dionisiaca ma nessuno dei presenti potrà più essere lo stesso dopo quella notte, il re scioglie un inno al Sole apportatore di luce. Una composizione solo apparente in quanto non solo l’inno è di natura sostanzialmente pagana – con un rovesciamento circolare del canone che apre il primo atto – ma rimanda ad una dimensione apollinea che del dionisismo è faccia speculare e necessaria.

Il finale dell’opera attira immediatamente l’attenzione anche per un altro aspetto, l’assenza dello sparagmos e la sostanziale composizione – seppur problematica – della vicenda, senza l’esplosione finale. Questa è stata spiegata con l’interesse di Szymanowski per il platonismo (Reig Calpe) conosciuto attraverso gli studi di Pater. Da questa formazione platonica deriva con verosimiglianza l’idea di una ricomposizione del dramma attraverso la capacità filosofica di comprendere il tutto e della valenza filosofica attribuita alla musica capaci di rendere evitabile la catastrofe finale. Sempre a questa vocazione platonica sembra ricondursi l’eliminazione di tutte le componenti di natura grottesca affidate nel dramma alle figure di Cadmo e Tiresia e la loro sostituzione con l’austero filosofo arabo Edrisi.
 
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view post Posted on 2/10/2009, 14:22Quote

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................insomma, un altro capolavoro di cui sentivamo la mancanza :sick: :sick:
 
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view post Posted on 2/10/2009, 14:33Quote
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Quest'opera è, però, veramente un capolavoro...
Giulia ma, senza polemica, l'hai mai sentita?

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view post Posted on 2/10/2009, 14:37Quote

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ops....scusate la mia ignoranza.....
Non avevo fatto caso alle molte pagine che occupa questo musicista col suo capolavoro nella mia enciclopedia sulla storia dell'opera.....sorry :shifty:
 
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view post Posted on 2/10/2009, 14:47Quote
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Io, più passa il tempo, meno mi fido delle enciclopedie. Si può anche essere compositori di un solo capolavoro e per questioni storiche o geografiche questo può avere maggiore o minore eco.

Magari le enciclopedie polacche parleranno pochissimo Mercadante, Ponchielli, Mascagni, Leoncavallo...

 
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view post Posted on 2/10/2009, 15:01Quote

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.............non credo.
sapevi che le partiture autografe di Meyerbeer stanno tutte a Cracow?...e con esse anche parecchie di Mozart et alii.
Per parte mia credo che non ci possano essere grandi novità dal saputo, con tutta la buona volontà ad accogliere e a recepire il nuovo.
Abbiamo tanto vecchio, notoriamente di qualità, che abbiamo dimenticato o storpiato o snobbato perchè non fa "cultura" ( penso proprio a Meyerbeer per i francesi), e poi sentiamo i bisogno di incensare musica seriale come moltissimo barocco, o operisti estranei all'opera (come Janacek..), che secondo me ci piacciono solo perchè fa fine parlarne.
Il nuovo sta laddove avremo il coraggio di rimangiarci certi giudizidi valore cazzuti contrari alla storia della tradizione lirica.......

Del resto anche il mondo universitario è così: incontri professori che dedicano la loro vita ad una caccola e dimenticano i grandi....in tutte le discipline.
.............................
 
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view post Posted on 2/10/2009, 16:25Quote
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Guarda Giulia, sentila quest'opera, perché merita veramente.
A me, ad esempio, janacek piace moltissimo e non lo amo perché fa fine, ma per altre ragioni... tra cui la profonda umanità di cui tutti i suoi lavori sono intrisi, ma questo è un altro discorso.
Credo che questo di Szymanowski sia un lavoro che potrebbe darti belle sorprese, senza tirare in ballo certi malcostumi universitari...

Perché Janacek sarebbe un'operista estraneo all'opera secondo te?

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A me piace moltissimo l'Ecuba di Manfroce, che considero un capolavoro assoluto; mi sono divertita molto scoprendo un'opera piacevole e ben scritta come Elena e Costantino di Carnacier (ma anche L'assedio di Granata di Arrieta), trovo la Medea di Cherubini e l'Alceste di Gluck opere che senza un'interpretazione più che superlativa (e a volte anche con quelle) risultano di una noia pazzesca...

L'Ariadne et Barbebleu di Dukas potrebbe anche far fine, mi ha fatto piacere conoscerla per quel che concerne il libretto, ma la trovo un'assoluta inutilità musicale.

Ascolto il Meyerbeer italiano giusto se lo cantano Blake e compagnia, altrimenti punto ai Grand Opéra, che invece amo molto (su tutti il Robert le diable).

Il discorso sull'enciclopedie fa il paio con quello su certo mondo accademico: manuali e storie della musica spesso semplificano con schematismi che talvolta fanno pensare che l'autore non abbia mai ascoltato molte delle partiture di cui parla, ma che fornisca semplicemente un sentito dire ben tramandato ad usum studentorum. Dall'altra parte è vero che c'è chi si dedica a un dettaglio magari minore e ne fa il centro dell'universo.

Ho trovato francamente offensiva la sparata di Sergio Segalini nelle note di copertina del CD del Don Bucefalo di Cagnoni: da praticamente dei nazisti ai critici che bollano Cagnoni (dico io, Cagnoni) come un minore... Questo perché secondo lui non si può stabilire se Caravaggio sia migliore di Michelangelo, Thomas Mann di Hesse, Camus o Gide. Grazie tante, infatti non stiamo a far classifiche fra Verdi e Rossini, ma come fra Calvino e Baricco una differenza ci sarà, c'è anche fra Donizetti e Cagnoni!
Don Bucefalo peraltro è anche un lavoro non malvagio, non mi spiacerebbe se venisse ripreso - tanto per cambiare - ma non mi strappo le vesti se nei cartelloni continuano a regnare Elisir, Barbiere, Italiana e Don Pasquale. A me non dispiace affatto nemmeno Un giorno di regno, ma non lo paragono al Simon Boccanegra!

Mi sono allargata un po'... insomma, il teatro in musica è tanto grande e vasto, basta ascoltare con le nostre orecchie, se Janacek non ci piace pazienza, se lo preferiamo a Verdi idem, se ci piacciono entrambi bene.... ;)

Edited by Signorina Ermione - 2/10/2009, 18:41

 
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Tornando a Szymanowski vorrei sottolineare un aspetto non toccato da orphicus nella sua interessante disamina, ovvero il sotteso omosessuale che attraversa quest'opera: in questo senso la scena finale non sembra tanto (a me almeno) un ringraziamento per la fine di un incubo, ma una limpida presa di coscienza di chi ha il coraggio di guardare in se stesso. L'intera opera, del resto, soffre di un libretto teatralmente monco, credibile se letto invece come simbolo di un lucido e doloroso viaggio interiore.

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Mi sono persa la trasmissione, mi è proprio sfuggita completamente... :(

Credo che sia molto interessante e puntuale l'osservazione di Pruun, coerente con l'effettivo percorso iniziatico di tutte le culture religiose intrecciate in questa rilettura delle Baccanti, ma anche per l'effettiva ambivalenza sessuale di Dioniso. Apollo, come tutti gli dei, ha ovviamente avuto le sue storie omosessuali, ma sempre in posizione attiva di amante, non di amato (se non erro si è detto possibile amato passivo solo nei confronti di Admeto nel periodo di schiavitù a Fere). Dioniso invece, con le sue seriche vesti orientali, le morbide e lunghe chiome, compendia in sé il maschile e il femminile, l'attività e la passività, l'aspetto ctonio, terrestre, il ciclo vitale (il verbo ghignomai, nasco - mi trasformo), l'impeto creativo e la generazione.

La lettura che ne dà Szymanoski, originale e molto profonda in un'epoca in cui si risvegliava l'attenzione per questi aspetti delle religioni antiche, mi pare estremamente interessante e stimolante.
Andrebbe studiata a corollario dei corsi di filosofia, per esempio, se si imparasse a integrare la storia delle arti (TUTTE!) con le altre discipline umanistiche.

 
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view post Posted on 17/10/2009, 13:46Quote
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Il libretto tra l'altro è pieno di indicazioni che propendono in questa direzione: tra l'altro va notato che le accuratissime indicazioni sceniche sembrano (ma è una mia personale interpretazione) molto più a descrivere stati d'animo che luoghi reali... non dimentichiamo che si tratta di una Sicilia vista con gli occhi di un polacco!
Penso ad esempio all'opprimente e quasi eccessiva descrizione del luogo di culto del primo atto... davvero da un senso di profonda pesantezza!!

La lettura dell'opera come progressiva accettazione di sé è propugnata da Elvio Giudici che, nell'ultima edizione del librone, dedica un ampio spazio a questo capolavoro: devo dire che si tratta di una lettura che condivido ampiamente. Devo dire che pur ammettendo la lettura di orphicus che cito:

CITAZIONE
L’impossibilità di una soluzione è evidenziata nel finale; il sole sperde l’apparizione dionisiaca ma nessuno dei presenti potrà più essere lo stesso dopo quella notte, il re scioglie un inno al Sole apportatore di luce. Una composizione solo apparente in quanto non solo l’inno è di natura sostanzialmente pagana – con un rovesciamento circolare del canone che apre il primo atto – ma rimanda ad una dimensione apollinea che del dionisismo è faccia speculare e necessaria.

a me non pare che il sole sperda l'apparizione diosiniaca ma che, anzi, permetta a Ruggero di interiorizzarla e renderla parte della sua vita.

Voi che ne pensate?

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view post Posted on 20/10/2009, 11:28Quote
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Anche secondo me può essere una lettura coerente. Non vedo una sostanziale antitesi e incompatibilità fra apollineo e dionisiaco, bensì una complementarietà reciproca fra i due principi.
Apollo è principio formale, solo è sterile, ma anche Dioniso senza forma perde di forza.

Il sorgere del sole può ben simboleggiare l'uscita da un viaggio interiore che rende strutturale nella personalità di Ruggero la coscienza maturata nella notte dionisiaca. E poi il sole è anche Mitra, Orfeo è figlio di Apollo, quindi il ciclo iniziatico non credo possa realmente precindere alla rivelazione finale e dalla sua stabilizzazione in una forma.

 
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view post Posted on 30/10/2009, 14:52Quote

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io l'ho registrato (e ora scaricando) tramite Vcat...così me lo guarderò con calma anche se la qualità audio mi sembra pessima
 
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12 replies since 2/10/2009, 13:50
 
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